Alle fontane, seconda e terza puntata
Pubblicato da Marcella De Carli
L’ho incontrato il giorno dopo il vigile delle fontane. Mentre andavo al mercato spingendo il passeggino, in lontananza mi ha riconosciuto e sorriso. Erano in coppia (anche i vigili urbani?).
E’ stato cortese, mi si è avvicinato e si è in qualche modo giustificato (non scusato) per il suo comportamento, spiegando che alla fin fine avevo ragione, che era andato a verificare e che aveva trovato solo dei bambini che giocavano con l’acqua. E mi ha confermato che però nel frattempo era uscita una pattuglia (speciale per i rom) dalla sede centrale.
Abbiamo scherzato, io, lui e il suo collega, sulle paranoie della gente e ho avuto la sensazione che il mio gesto, il mio essermi rivolta a lui offesa per il suo non essere stato equilibrato nel gestire la situazione, sia stato importante. Una piccola goccia. Proprio piccola.
Perchè poi il pomeriggio stesso è stato bruttissimo quello che ho visto.
Un caldo africano ha spinto la maggior parte delle persone a casa o al fresco, ma io avevo forzatamente da passare un po’ di tempo fuori e, da madre snaturata quale sono, ho steso un telo all’ombra di un albero per la piccola e ho lasciato che miei due bimbi “grandi” si bagnassero in mutande (!) alle fontane.
La piazza era deserta, solo due anziane su una panchina, un gruppo di una quindicina di preadolescenti in piena tempesta ormonale e quattro bambini.
Quattro bambini chiaramente stranieri, poveri, malconci, magri di una magrezza preoccupante, con tagli e ferite, e segni di malattie della pelle. Quattro bambini grandicelli che con due “grazielle” scassate si buttavano tra gli spruzzi ridendo come i piccoli, gioiosi.
Quattro bambini che solo per il fatto di essere quello che sono possono diventare oggetto di violenza da parte di coetanei.
Per tutto il pomeriggio alcuni dei ragazzini presenti li hanno aggrediti verbalmente, minacciati e offesi.
Quando sono arrivata nella piazza una più o meno dodicenne robustina, aggressiva e urlante stava “facendo brutto” (si dice ancora così) con il più grande, due occhi verdissimi e la faccia di uno che non ce la può fare. Lo minacciava, accompagnata da un ragazzino alto e grosso il doppio di lei, dicendogli cose del tipo “te ne devi andaaaaaaaare…..hai capiiito pezzo di meeeeeeeerda!”. Un sequenza di parolacce davvero encomiabile (io non ne conosco tante, anche se il mio essere cresciuta a Baggio mi ha fornito un discreto vocabolario). Sono intervenuta chiedendole quale fosse il problema. Farfugliamenti e parolacce. Allora, al suo allontanarsi, le ho chiesto di controllarsi, perchè c’erano lì anche i miei bambini a giocare e non gradivo che conoscessero tutto il suo colorito linguaggio. Mi ha risposto che i miei figli si potevano anche tappare le orecchie, ma lo ha fatto con gli occhi bassi e vergognandosi, cosa che mi ha fatto desistere dall’infierire ulteriormente di fronte al branco.
Sono rimasta ad osservarli. E’ stato un continuo balletto tra l’avvicinarsi, l’allontanarsi e il puntare i quattro, che nel frattempo continuavano a giocare con l’acqua delle fontane. Ad un certo punto la ragazzina ha superato quella che io stavo considerando come “distanza di sicurezza”, così mi sono alzata, ma non sono arrivata in tempo. Un pugno in pieno petto. Così. Per niente. Nel petto magrissimo di un ragazzino ferito dalla vita. E quindi un urlo. Acuto. Acutissimo. Spaventoso. Il pianto di un bambino piccolo che non riesce a respirare e che non capisce.
Al mio avvicinarsi il gruppo si è dileguato. Il ragazzino con gli occhi verdi, faticando a tirare il fiato, piangendo, ha cercato di dirmi che voleva il suo papà. Io, trattendo le lacrime e sorridendo davanti ai miei figli, accarezzandolo gli ho chiesto scusa, gli ho detto che mi dispiaceva per quello che gli avevano fatto. Lui ha capito e mi ha continuato a dire “io non fatto niente, io non fatto niente!!!!”
Ho pensato che quello che mi angosciava non era il gesto della ragazzina, idiota, ma il silenzio del gruppo. Mi è sembrato così evidente che il male stesse in quell’incapacità di reagire degli altri che ho deciso di avvicinare alcuni di loro, nel frattempo scioltisi in gruppetti minori. Tre bimbe appena cresciute mi hanno risposto imbarazzate, cercando di giustificarsi e di dire che non c’entravano nulla. E invece è proprio qui che si sbagliano, perchè, ho detto loro, non prendere una posizione, non prendere anche le distanze, non dire “basta” è complicità.
Questo è il nostro Paese.
I quattro bambini sono tornati alle loro famiglie, non nel campo nomadi ma più probabilmente nella favela dell’ex istituto Marchiondi.
6 Commenti »
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eleonora dice:
Pubblicato il 27 05 2009 alle 15:46
Ho pianto. Di rabbia.
2
laborintus dice:
Pubblicato il 27 05 2009 alle 21:41
Sono allibito. Di rabbia. Di vergogna. Ma continuo a pensare che siano figli dei loro genitori. E allora mi incazzo sul serio: i figli non hanno le colpe dei padri, ma troppo spesso ne hanno le sembianze.
3
Annalisa dice:
Pubblicato il 29 05 2009 alle 0:01
Marci che vergogna… io forse confido nelle forze dell’ordine forse troppo ma avrei preso il suo nome e cognome e l’avrei denunciata sta dodicenne da schifo.
4
Marcella De Carli dice:
Pubblicato il 29 05 2009 alle 10:43
lisa, il fatto stesso che io non l’abbia pensato, non so, mi pare indicativo dei tempi. Se fosse uscita la polizia come sarebbe finita? I ragazzini romeni sarebbero comunque scappati e, anzi, data l’aria che tira, magari sarebbero stati loro oggetto d’indagine…E i genitori della ragazzina? Come avrebbe reagito il quartiere?
Poi io ho avuto la voglia di intervenire sul piano umano e credo sia in parte servito. In ogni caso un adulto ha detto loro che stavano facendo una cosa grave. Sto pensando seriamente di rivolgermi alla dirigente della scuola, perchè magari il tema venga ripreso lì.
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Tiziana dice:
Pubblicato il 30 05 2009 alle 23:12
Oggi hanno sgomberato il campo dei rom italiani di via Cusago, qualche banco sarà vuoto nelle classi della nostra scuola primaria il prossimo mercoledì. Troveranno un momento per spiegare quelle assenze ai bambini? Io ne dubito. Invitare la dirigente ad affrontare questè realtà, dando risposte ai piccoli e provocando una riflessione nei ragazzini potrebbe essere un passo per interrompere questo silenzio.
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eleonora dice:
Pubblicato il 02 06 2009 alle 21:30
Marcella è stata buona, come sempre. annalisa le forze dell’ordine non sono garanzia di giustizia, solo per il fatto che son forze dell’ordine., solo, talvolta sono garanzia di ordine, quello prederminato. ma la storia delle fontane ci fa vedere anche che l’uomo è uomo, singolo, secondo le sue possibilià, vale il valore dell’uomo.