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La valutazione in decimi a casa mia

E così ho ritirato la prima pagella con valutazione in decimi di mio figlio. Nonostante il sottolineare l’importanza, da parte delle insegnanti, del giudizio e non dei voti, nonostante fossi preparata a considerare l’eventuale equivalenza voto-giudizio (cioè, 6=sufficiente, 7=buono, 8=distinto, 9=ottimo), nonostante il mio intimo scarso interesse per la valutazione, ecco, nonostante tutto questo mi ha fatto davvero impressione.

IO ho le mie prime pagelle con i voti, e nel rivederle mi hanno fatto sempre l’effetto di qualcosa appartenente ad un mondo lontano e antico, un po’ triste.

I bambini, invece, se la vivono davvero molto di più come una competizione, il numero affascina e permette un confronto estremamente più diretto. Ed è inutile dire che i racconti di mio figlio, che in ogni caso ha recepito il concetto dell’importanza della valutazione relativamente a sè stessi, mi dicono di compagni che, in attesa delle insegnanti, si confrontavano (lui compreso) sulle pagelle. I bambini lo fanno. Lo fanno anche con i giudizi, figuriamoci con i voti!

La cosa carina è che Marte poi si è inventato delle gare, la migliore (anche per le insegnanti) è quella di chi fa silenzio più a lungo, e ha compilato al computer delle pagelle fantastiche per tutti i suoi compagni dando loro dei voti incredibili che vanno da 0 a un esorbitante 6000!

La correzione degli errori

Nella direzione dell’infondere fiducia si muove anche l’atteggiamento nei confronti dell’errore: l’insegnante montessoriana deve dimostrarsi capace di accettare gli errori e di gratificare gli sforzi. L’intervento dovrà essere limitato mentre è necessario essere generosi nell’incoraggiamento e nell’affiancamento.

“Qualunque cosa sia fatta nella scuola da insegnanti, da bambini o da altri, ci sono sempre errori. Nella vita della scuola deve entrare il principio che non è importante la correzione, ma il controllo individuale dell’errore, che ci dice se abbiamo ragione o no. Io devo sapere se ho lavorato bene o male, e, se prima avevo considerato l’errore con leggerezza, ora esso mi diventa interessante. Nelle comuni scuole un alunno sbaglia senza saperlo, inconsciamente o con indifferenza, perchè non è lui che deve correggere i propri errori, ma è l’insegnante che se ne incarica. Quanto è lontano quel procedimento dal campo della libertà! Se io non ho l’abilità di controllare i miei sbagli, devo rivolgermi a qualcuno che può non sapere meglio di me. Quanto è più importante invece capire gli sbagli che si fanno e sapersi controllare……
….La possibilità di procedere consiste in gran parte nell’avere libertà ed una via sicura, ed i mezzi di dire a noi stessi se e quando sbagliamo. Quando riusciamo a seguire questo principio nella scuola e nella vita pratica, non importa che l’insegnante o la madre siano o no perfette. Gli errori commessi dagli adulti hanno un che d’interessante, e i bimbi simpatizzano con essi, in maniera però completamente staccata. Diventa per loro un aspetto della natura, ed il fatto che tutti possiamo sbagliare provoca nel loro cuore un grande affetto; è una nuova ragione di unione tra madre e bambino. Gli errori ci avvicinano e ci fanno più amici: la fratellanza nasce meglio sul sentiero degli errori che su quello della perfezione. Se uno è perfetto non può più cambiare: due persone perfette messe insieme per solito combattono fra loro perchè non vi è possibilità di mutare e di capirsi.”
(Maria Montessori - L’errore e il suo controllo - da “La mente del bambino, pag.246/247)

Una lezione da Mario Lodi

LA CLASSE DEL MAESTRO

Il grande scrittore ed educatore parla del suo metodo per far crescere i bambini delle elementari e farli diventare cittadini consapevoli e maturi.
Ecco la sua lezione di vita.
di Elisa Chiari
Da FAMIGLIA CRISTIANA n° 47 23 novembre 2008

Mario Lodi è ancora il Maestro, con le maiuscole. A Drizzona, quattro case e un fazzoletto di campo da Piadena, in piena bruma bassopadana, sanno tutti dove abita. Perché così si usava quando varcò per la prima volta col diploma in tasca la soglia di un’aula, ai tempi in cui il maestro insieme con il parroco, il medico e il sindaco era l’autorità del paese. Eppure Mario Lodi non ha nostalgia della scuola autoritaria di quei tempi. Anzi, è sceso dalla cattedra il primo giorno accontentandosi di una sedia (per mettersi all’altezza dei bambini) e da allora si batte per una riforma da dentro, senza troppi riguardi per le teorie dei ministri d’ogni colore che si susseguono e fanno e disfanno senza sosta. Sperimentò la sua idea di scuola quando ci entrò nel secondo dopoguerra e la risperimenta oggi, a 86 anni, facendo da “chioccia” a un gruppo di maestri giovani sparsi per l’Italia.
A guidarli l’esperienza e le leggi che ci sono già, prima di tutto la Costituzione: “Non per leggerla, ma per viverla, in aula, a sei anni, perché la scuola non può accontentarsi di leggere e scrivere, deve crescere cittadini responsabili”.
Da settant’anni osserva bambini nel tempo e vede più continuità che differenze: “Il mondo è diverso da allora, ma non sono convinto, da quel che vedo frequentandoli, che i bambini di sei anni abbiano esigenze troppo diverse da quelle di sempre. Semmai abbiamo un problema in più da fronteggiare, fatto di Tv e computer che scollano sempre più i bambini dalla vita reale per proiettarli in un eterno virtuale, insinuando in loro la convinzione che l’avere conti più dell’essere e del sapere”.
Rende l’idea con un aneddoto: “Sono stato in una classe poco tempo fa, ho chiesto ai bambini cosa sognassero di fare, uno mi ha risposto ‘il miliardario’, ovviamente in euro, ‘così mi compro due belle ragazze e due macchine’. Gli altri ne hanno fatto subito un leader. Nel ‘mi compro’ c’è un’idea di mondo. Se vogliamo una speranza come scuola dobbiamo inventarci un sistema per fermare questo mercato. Non so se l’idea che ho saprà farlo. Sperimentiamo, poi magari alla fine scopriremo che non vale, ma almeno proviamo”.

L’aula come uno Stato

Quel che Mario Lodi sta provando è un’evoluzione adattata all’oggi del suo metodo di insegnamento. La documentazione del progetto è un diario di fogli scritti al computer, registra quel che i maestri con cui è in contatto fanno in classe giorno per giorno, seguendo la sua idea di scuola democratica.
Che vuol dire esattamente?
“I bambini arrivano in classe con un sapere: esplorando il mondo hanno imparato a osservare, a parlare e sviluppato spontaneamente un’enorme mole di conoscenze. Da lì bisogna partire, cominciando a non ignorare le cose che sanno e replicando il metodo con cui le hanno apprese. Un bambino che nasce ha nel pianto il primo strumento per esercitare la libertà di espressione, sa usarlo anche se non sa che esiste l’articolo 21″.
Il problema è che, per usare le parole di Lodi, a scuola l’io deve diventare noi:
“All’inizio, parlando in classe, i bambini fanno confusione, si scavalcano, parlano tutti insieme. Far sperimentare un momento di caos è un modo per far intendere loro l’esigenza di rispettare i tempi e le parole altrui. I primi minuti di discussione ordinata sono il primo successo. Poi viene la cooperazione: immagino una scuola dove si discutono le esigenze e di conseguenza le regole. Tra le prime cose che chiedevo ai miei bambini e che i maestri oggi chiedono ai loro è di darsi da fare assieme per rendere la loro aula più accogliente: la si fa bella con i contributi di tutti, perché così diventa casa e la si rispetta. E’ il nostro antidoto contro il vandalismo”.
Il principio funziona anche con le regole:
“Quando l’io diventa noi, i cittadini dell’aula hanno bisogno di darsi delle norme condivise, perché senza regnano caos e prevaricazione: discutere insieme le regole, darsele democraticamente, significa accettarle. Lo stesso vale per la valutazione: ci si autovaluta, con un linguaggio che i bambini sappiano capire, nel rispetto dei tempi di tutti. Non credo ai voti alle elementari: un bambino di quell’età non può essere sintetizzato a numeri. So per esperienza che far leva sui progressi, sulla soddisfazione, nell’apprendimento paga più della sottolineatura degli errori”.

I bambini prima di tutto

“Quando si ragiona di cambiare la scuola”, continua Lodi “lo si fa sempre partendo da un’idea astratta e quando si insegna si tende a farlo dall’alto. Invece io credo che si impari meglio se un maestro parte dal basso, dal punto di vista del bambino, creando continuità con il suo apprendere prima della scuola. Perchè funzioni serve una costante comunicazione con le famiglie, ma è meno difficile di come sembra: se quel che si fa a scuola si traduce ogni 15 giorni in un giornalino le informazioni passano”.
Nella scuola di Mario Lodi il bambino sta al centro:
“E invece spesso le esigenze degli alunni sono l’ultimo pensiero”.
E’ un’idea di scuola, ma di più una realtà, perchè Mario Lodi l’ha messa in pratica per una vita. Dentro c’è un concetto di classe come “fare insieme”  che don Lorenzo Milani applicò a Barbiana.
E infatti le classi di Lodi e Milani si scambiarono lettere per un po’:
“Avevo scoperto un po’ per caso che, a distanza, stavamo sperimentando cose simili e sono andato a Barbiana a conoscerlo. Lì è nata la corrispondenza”.
Quando gli chiediamo che ne pensa del maestro unico di cui tanto si discute Lodi risponde che:
“Non è fondamentale che siano uno o tanti, dipende tutto da come sono. Anche il tempo pieno l’abbiamo inventato noi, a Barbiana e a Vho di Piadena, ma non è un valore in sé, conta quel che ci metti dentro: se è un parcheggio non serve a niente”.
Vengono in mente le parole di don Milani:
“Gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi per loro i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per far scuola, ma solo di come bisogna essere per fare scuola”.
Nessuno, né don Milani che non c’è più da tanto tempo, né Mario Lodi che a 86 anni ancora insegna delle cose, si è mai illuso che fosse facile tradurre in realtà gli ideali.
Ma non sembra una buona ragione per non provare.

La conquista dell’indipendenza

Perché il bambino possa sperimentare l’indipendenza è necessario che gli venga dato a disposizione tutto ciò di cui ha bisogno a seconda della sua età, che possa esercitare la libera scelta e che l’intervento dell’adulto sia il minimo indispensabile richiesto, poiché “ogni aiuto inutile è un arresto allo sviluppo”. Spesso l’adulto tende a sostituirsi al bambino, laddove questi sarebbe in grado di fare da solo secondo i suoi tempi, e a non dare così fiducia. E’ necessario sospendere il giudizio, non dare voti nè mettere i bambini a confronto verbale tra di loro e quindi dare fiducia all’azione del bambino, la stessa che poi daremo al suo pensiero, ricordando che solo attraverso il lavoro avviene quella che Montessori definisce la “normalizzazione” e che il lavoro del bambino non è uguale a quello dell’adulto.

“L’uomo si costruisce lavorando, effettuando lavori manuali in cui la mano è lo strumento della personalità, l’organo dell’intelligenza e della volontà individuale, che edifica la propria esistenza di fronte all’ambiente. L’istinto dei bambini conferma che il lavoro è una tendenza intrinseca della natura umana, l’istinto caratteristico della specie”
(Maria Montessori - L’istinto del lavoro- da “Il segreto dell’infanzia”, pag 262)

“Quando un bambino lavora, non lo fa per raggiungere un scopo esteriore. Il suo obbiettivo è lavorare, e quando, nella ripetizione di un esercizio, egli pone termine alla propria attività, cotesta fine è indipendente dagli atti esterni. Quanto alla reazione individuale, la cessazione del lavoro non è in rapporto alla stanchezza, perché anzi una caratteristica del bambino è quella di uscire dal proprio lavoro completamente rinforzato e pieno di energia.”
(Maria Montessori - Le caratteristiche delle due specie di lavoro – da Il segreto dell’infanzia” pag.275/276)

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