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Una lezione da Mario Lodi

LA CLASSE DEL MAESTRO

Il grande scrittore ed educatore parla del suo metodo per far crescere i bambini delle elementari e farli diventare cittadini consapevoli e maturi.
Ecco la sua lezione di vita.
di Elisa Chiari
Da FAMIGLIA CRISTIANA n° 47 23 novembre 2008

Mario Lodi è ancora il Maestro, con le maiuscole. A Drizzona, quattro case e un fazzoletto di campo da Piadena, in piena bruma bassopadana, sanno tutti dove abita. Perché così si usava quando varcò per la prima volta col diploma in tasca la soglia di un’aula, ai tempi in cui il maestro insieme con il parroco, il medico e il sindaco era l’autorità del paese. Eppure Mario Lodi non ha nostalgia della scuola autoritaria di quei tempi. Anzi, è sceso dalla cattedra il primo giorno accontentandosi di una sedia (per mettersi all’altezza dei bambini) e da allora si batte per una riforma da dentro, senza troppi riguardi per le teorie dei ministri d’ogni colore che si susseguono e fanno e disfanno senza sosta. Sperimentò la sua idea di scuola quando ci entrò nel secondo dopoguerra e la risperimenta oggi, a 86 anni, facendo da “chioccia” a un gruppo di maestri giovani sparsi per l’Italia.
A guidarli l’esperienza e le leggi che ci sono già, prima di tutto la Costituzione: “Non per leggerla, ma per viverla, in aula, a sei anni, perché la scuola non può accontentarsi di leggere e scrivere, deve crescere cittadini responsabili”.
Da settant’anni osserva bambini nel tempo e vede più continuità che differenze: “Il mondo è diverso da allora, ma non sono convinto, da quel che vedo frequentandoli, che i bambini di sei anni abbiano esigenze troppo diverse da quelle di sempre. Semmai abbiamo un problema in più da fronteggiare, fatto di Tv e computer che scollano sempre più i bambini dalla vita reale per proiettarli in un eterno virtuale, insinuando in loro la convinzione che l’avere conti più dell’essere e del sapere”.
Rende l’idea con un aneddoto: “Sono stato in una classe poco tempo fa, ho chiesto ai bambini cosa sognassero di fare, uno mi ha risposto ‘il miliardario’, ovviamente in euro, ‘così mi compro due belle ragazze e due macchine’. Gli altri ne hanno fatto subito un leader. Nel ‘mi compro’ c’è un’idea di mondo. Se vogliamo una speranza come scuola dobbiamo inventarci un sistema per fermare questo mercato. Non so se l’idea che ho saprà farlo. Sperimentiamo, poi magari alla fine scopriremo che non vale, ma almeno proviamo”.

L’aula come uno Stato

Quel che Mario Lodi sta provando è un’evoluzione adattata all’oggi del suo metodo di insegnamento. La documentazione del progetto è un diario di fogli scritti al computer, registra quel che i maestri con cui è in contatto fanno in classe giorno per giorno, seguendo la sua idea di scuola democratica.
Che vuol dire esattamente?
“I bambini arrivano in classe con un sapere: esplorando il mondo hanno imparato a osservare, a parlare e sviluppato spontaneamente un’enorme mole di conoscenze. Da lì bisogna partire, cominciando a non ignorare le cose che sanno e replicando il metodo con cui le hanno apprese. Un bambino che nasce ha nel pianto il primo strumento per esercitare la libertà di espressione, sa usarlo anche se non sa che esiste l’articolo 21″.
Il problema è che, per usare le parole di Lodi, a scuola l’io deve diventare noi:
“All’inizio, parlando in classe, i bambini fanno confusione, si scavalcano, parlano tutti insieme. Far sperimentare un momento di caos è un modo per far intendere loro l’esigenza di rispettare i tempi e le parole altrui. I primi minuti di discussione ordinata sono il primo successo. Poi viene la cooperazione: immagino una scuola dove si discutono le esigenze e di conseguenza le regole. Tra le prime cose che chiedevo ai miei bambini e che i maestri oggi chiedono ai loro è di darsi da fare assieme per rendere la loro aula più accogliente: la si fa bella con i contributi di tutti, perché così diventa casa e la si rispetta. E’ il nostro antidoto contro il vandalismo”.
Il principio funziona anche con le regole:
“Quando l’io diventa noi, i cittadini dell’aula hanno bisogno di darsi delle norme condivise, perché senza regnano caos e prevaricazione: discutere insieme le regole, darsele democraticamente, significa accettarle. Lo stesso vale per la valutazione: ci si autovaluta, con un linguaggio che i bambini sappiano capire, nel rispetto dei tempi di tutti. Non credo ai voti alle elementari: un bambino di quell’età non può essere sintetizzato a numeri. So per esperienza che far leva sui progressi, sulla soddisfazione, nell’apprendimento paga più della sottolineatura degli errori”.

I bambini prima di tutto

“Quando si ragiona di cambiare la scuola”, continua Lodi “lo si fa sempre partendo da un’idea astratta e quando si insegna si tende a farlo dall’alto. Invece io credo che si impari meglio se un maestro parte dal basso, dal punto di vista del bambino, creando continuità con il suo apprendere prima della scuola. Perchè funzioni serve una costante comunicazione con le famiglie, ma è meno difficile di come sembra: se quel che si fa a scuola si traduce ogni 15 giorni in un giornalino le informazioni passano”.
Nella scuola di Mario Lodi il bambino sta al centro:
“E invece spesso le esigenze degli alunni sono l’ultimo pensiero”.
E’ un’idea di scuola, ma di più una realtà, perchè Mario Lodi l’ha messa in pratica per una vita. Dentro c’è un concetto di classe come “fare insieme”  che don Lorenzo Milani applicò a Barbiana.
E infatti le classi di Lodi e Milani si scambiarono lettere per un po’:
“Avevo scoperto un po’ per caso che, a distanza, stavamo sperimentando cose simili e sono andato a Barbiana a conoscerlo. Lì è nata la corrispondenza”.
Quando gli chiediamo che ne pensa del maestro unico di cui tanto si discute Lodi risponde che:
“Non è fondamentale che siano uno o tanti, dipende tutto da come sono. Anche il tempo pieno l’abbiamo inventato noi, a Barbiana e a Vho di Piadena, ma non è un valore in sé, conta quel che ci metti dentro: se è un parcheggio non serve a niente”.
Vengono in mente le parole di don Milani:
“Gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi per loro i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per far scuola, ma solo di come bisogna essere per fare scuola”.
Nessuno, né don Milani che non c’è più da tanto tempo, né Mario Lodi che a 86 anni ancora insegna delle cose, si è mai illuso che fosse facile tradurre in realtà gli ideali.
Ma non sembra una buona ragione per non provare.

La disciplina

Gli adulti considerano la disobbedienza una sfida, come se l’obbedienza fosse cosa ovvia, un’equazione: ”Il rapporto con l’adulto raggiunge il massimo quando il bambino obbedisce”.
Il bambino che disobbedisce viene considerato “cattivo”, come se la bontà corrispondesse ad un bambino fermo, tranquillo, che non si muove e non si agita.
Nell’inconscio collettivo c’è un grande disagio di fronte ad un bambino che non obbedisce.
Diventa necessario porsi degli interrogativi: “Che cos’è l’obbedienza? Noi come adulti ci sentiamo di dover obbedire a qualcuno? Perché?”.
Non è forse vero che aderiamo alle regole se le sentiamo nostre, se riconosciamo l’autorevolezza di chi le fa rispettare?
In un paragone con la legge data a Mosè nella Bibbia, Maria Montessori sottolinea come nell’educazione siano importanti le due “L”: legame e legge.
Non si può pretendere la disciplina, poiché non è una cosa ovvia sapere “obbedire”. Perché il bambino aderisca alle richieste che gli vengono mosse è necessario che egli abbia instaurato una relazione con chi gliele muove, che abbia creato un legame.
Inoltre l’obbedienza  è un’espressione dello sviluppo e di conseguenza segue sempre delle tappe, non è pensabile che sia un fatto spontaneo.
Non si può chiedere ad un bambino quello che lui non è in grado di dare; è importante valutare l’età e il momento, dare tempo.

Il bambino conosce l’obbedienza, perché da quando è nato ha obbedito alla mente assorbente, manifestando disagio quando il suo lavoro di assorbimento non poteva seguire il suo ritmo naturale: il bambino obbedisce a leggi di natura, ma spesso sono gli adulti che gli impediscono di farlo.
Se l’adulto allora lo segue, lo rispetta e obbedisce con lui a queste leggi, nel bambino nascono fiducia e stima nei confronti di questa persona; se vengono rispettati i suoi bisogni, diventa naturale la corrispondenza con l’accettazione del limite e il bambino si mostra capace di accogliere i “no”.

Chi lavora con i bambini deve tenere in considerazione che ciascuno di loro è portatore di vissuti differenti e che l’organo psichico della volontà è ancora incompleto nel bambino fino a 5/7 anni.
A 2 anni, l’età del “no”, il bambino realizza di avere una volontà: l’adulto cercherà di capirlo, di accoglierlo, mantenendo la fermezza nelle decisioni, praticando strade di contorno.
A partire da questa età si può aiutare il bambino nel cammino verso l’obbedienza, caratteristica che serve per sviluppare il senso critico e quindi anche per imparare a disobbedire.

La maestra deve saper riconoscere la diversità del mondo dell’infanzia da quello degli adulti: spesso a parole si dice che i bambini sono diversi dagli adulti, ma poi questi finiscono per trattarli come se fossero uguali a loro.
E’ necessario pensare al presente, a ciò che il bambino vuole fare oggi, non al fatto che questo gli servirà domani (anche se poi sarà così): se si pensa ad un bambino che impara a salire e scendere dalle scale, ad esempio, si deve tenere presente che il motivo che lo spinge a farlo è il piacere di fare, non vive la motivazione futura, non sa che gli servirà.
Il bambino gode nell’imparare, obbedendo alle leggi di natura: se viene lasciato libero di sperimentare il proprio limite nelle sue azioni avverrà in lui un cambiamento.
Nasce così una sorta di autoguarigione, la scoperta di un nuovo piacere a stare con gli altri, che si fonda su un mutamento profondo dell’individuo.
Il processo di normalizzazione, come lo definiva Maria Montessori, avviene attraverso l’attività

“ Il lavoro perfeziona interiormente il bambino; ma il bambino che si è perfezionato lavora meglio e il lavoro migliorato lo affascina, quindi continua a perfezionarlo interiormente.
La disciplina dunque non è un fatto, ma una via, sulla quale il bambino conquista, con precisione che potrebbe dirsi scientifica, il concetto della bontà.
Ma più che altro assapora i godimenti supremi dell’ordine interiore che si raggiunge a traverso le conquiste conducenti al proprio fine.”
( Maria Montessori – La disciplina nella Casa dei Bambini – da “La scoperta del bambino”, pagg.332/333)

Il limite al senso di onnipotenza del bambino viene allora dato indirettamente, nell’organizzazione del lavoro, a piccoli passi.

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