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La scelta pop del PD milanese

Popolare o populista?

Da tempo è piuttosto acceso il dibattito sui servizi all’infanzia del comune di Milano e una delle questioni è relativa all’apertura dell’anno scolastico di nidi e scuole dell’infanzia.

L’anno scorso è successo che, a fronte dei disagi causati dal mese di luglio ‘malgestito’, le convergenze tra comune e rappresentanze sindacali, nel rivedere il nuovo calendario, siano state a favore di un ritardo dell’apertura a settembre. Nulla di male, anzi, per come la penso io tutto bene. Peccato che i genitori siano stato informati tramite un sms a fine agosto del posticipo di una settimana dell’apertura delle scuole!

Ecco allora che una battaglia che dovrebbe essere volta a rendere più chiare e trasparenti le comunicazioni tra amministrazione e famiglie è diventata una battaglia affinchè le scuole rispondano ad un’esigenza, tutta milanese, di aprire le scuole dell’infanzia ai primi di settembre.

Copio e incollo un mio commento (a cui non ho ancora ottenuto risposta) al blog di David Gentili, uno dei consiglieri comunali del PD che ha presentato la mozione

ciao david, leggo su ‘la zona milano 6-7-8′ di una mozione presentata da te, paola zajczyk e pierfrancesco majorino circa l’apertura di nidi e scuole dell’infanzia a settembre, in cui chiedete che aprano nella prima settimana. Non ti nascondo che trovo la cosa alquanto discutibile e affatto in linea con quelle che possono essere le tanto decantate opportunità per dei servizi dell’infanzia di qualità. Mi piacerebbe che mi spiegaste perchè questa scelta, sicuramente popolare presso gli stressati genitori milanesi, certamente poco utile a far sì che i bambini ritrovino delle educatrici che abbiano avuto il tempo di programmare, verificare, passarsi il testimone e conoscersi, incontrare se necessario i genitori, nonchè un ambiente riorganizzato, pulito, pensato e non improvvisato.

Barcellona per noi

Che viviamo tignosi nel nostro piccolo mondo.

Una città che sento da sempre, che ho conosciuto da ragazzina e che ho amato via via di più, che è rimasta nel mio immaginario di adolescente come una specie di “lamerica”, ma ancora di più che ho riconosciuto misticamente  (nel mio agnosticismo ha trovato spazio anche questo) come un luogo, un mondo che già mi apparteneva, come un qualcosa di legato ad un mio essere già esistita lì in altro tempo.

Era il 1986 quando con mia madre e con Paola ci sono stata la prima volta, la città era bellissima come oggi nella sua architettura, più povera di oggi, meno popolata. Così la ricordo, più sporca forse, pericolosa anche. La spiaggia della Barceloneta un luogo non molto attraente e deserto. Ho le foto di noi sole sulla spiaggia. Oggi è un mondo vivo più che mai, sicuramente più turistico, comunque aperto e allegro; musica, castelli di sabbia che sono opere d’arte, giochi da spiaggia e, soprattutto, un’aria davvero metropolitana.

Camminando sul lungomare mi rimane impressa l’immagine di una coppia di uomini che, mano nella mano, si siede di fianco a una coppia araba, lei con un lussuosissimo burqa nero. Ecco, in questo senso Barcellona mi sembra così lontana da Milano che rimane invece provincialissima, non perchè queste realtà non

esistano, ma perchè a me sembra che non si incontrino mai.

E dalla parte delle educatrici?

Sono molto preoccupata dai toni che sento assumere da parte di molti genitori che mi pare abbiano in qualche modo interiorizzato il “brunetta pensiero” e che sempre più si sentono in diritto di giudicare il lavoro degli insegnanti. Io che, si sa, sono una rompicoglioni a 360°, riconosco la presenza di fannulloni nella scuola pubblica, e me ne dolgo. Per la mia esperienza anche in scuole private e in altri luoghi di lavoro devo però ammettere che il fancazzismo è proprio di alcune persone, un’indole che trova terreno fertile ovunque. Nello specifico della scuola dell’infanzia, in cui lavoro, trovo difficilissimo fare la fannullona, andare, che ne so, a fare la spesa mentre i miei 25/28 alunni si ammazzano tra loro, ma possibile che un domani, con impegno, ci riesca.

Nel frattempo oltre a lavorare in condizioni proibitive, dove l’idea di poter fare educazione anzichè assistenza si allontana sempre più, mi tocca anche sentirmi sciorinare i miei privilegi.

Ecco la seconda puntata del botta e risposta tra me una mamma da una mailing list sensibile alle faccende dei servizi all’infanzia del Comune di Milano

(…)penso che sia giusto porsi degli interrogativi circa ciò che riteniamo giusto e opportuno per una scuola di qualità; questo insistere, benchè giustificato dalle esigenze di ognuno, sui tempi di apertura, sento che proprio non è tra quelle che io considero priorità, anzi temo che si finisca per fare il gioco di un’amministrazione che insiste nel voler giustificare ogni cambiamento con la solfa del “ce l’hanno richiesto le famiglie”.

ciao, a presto
marcella

Marcella,
mi sembra di capire che sia solo una tua opinione quella che l’apertura il 14 settembre sia per una scuola di qualità.
Mi sembra di dedurre da queste tue giustificazioni che tu sei un’insegnante, ma ritengo che manca da parte delle maestre un po’ di conoscenza di come si lavora in aziende che fanno business, dove pianificazione, ricerca di soluzioni che non si rifacciano al passato, innovazione e portarsi il lavoro a casa è una cosa che fanno tutti. Compreso il fatto che al massimo le persone che lavora in azienda hanno 3 settimane di ferie.
Scommetto che molte insegnanti sanno trovare soluzioni alternative nel pieno rispetto delle esigenze dei bambini che non siano solo quelle di ritardare l’apertura della scuola.
Quindi apprezzando quello che dici, ti chiedo anche di considerare quelle che sono le esigenze della maggior parte dei lavoratori e che non si possono permettere tate.
Considera che a molti la crisi finanziaria ha portato un decremento degli “stipendi”. Intendo tutti quelli che lavorano come liberi professionisti, mentre chi lavora come dipendente in questo momento o ha già perso il lavoro o sta per perderlo o comunque non ha un’alta probabilità di perderlo e quindi di sicuro non vede un  futuro in cui si possa permettere delle tate.
Ora 2 settimane di pianificazione per le attività mi sembra elevato e se vogliamo un ambiente adatto ai bambini dobbiamo allora affrontare il problema di scuole in cui cadono tetti o piene di scarafaggi o cortili pericolosi o bagni maleodoranti…
Devo inoltre sottolineare che le insegnanti dovrebbero avere, proprio per il ruolo che hanno deciso di avere nella proprio vita, una maggiore etica e denunciare tali mancanze strutturali prima ancora di decidere dove “mettere gli armadietti”! Mentre per la mia esperienza, non lo fanno.
Ora mi piacerebbe che anche tu possa capire le esigenze di altri genitori per cercare di fare un fronte comune. Ora l’anno scorso hanno creato a molti problemi per l’apertura della scuola l’8 di settembre, quest’anno invece dicono il 14 e cosa pianificano per l’anno prossimo? a ottobre come 40 anni fa?
Immagino che questo per gli insegnanti sia positivo a meno che non significa anche una diminuzione della vostra rettribuzione.
Quindi valutare come si stanno muovendo mi sembra importante.
Non ho mai fatto mistero di essere un ‘insegnante (scuola dell’infanzia) statale, motivo per il quale non ho interessi specifici nelle magagne comunali.

Se l’invito è quello a considerare la scuola un’azienda, mi spiace, non sono affatto in linea e spero e credo di non essere l’unica (come genitore prima ancora che come insegnante)

Non colgo la provocazione circa le allusioni a quelli che parrebbero essere i privilegi della categoria, invito soltanto quei genitori (e da madre di tre bambini mi ci metto anch’io) che faticano magari con uno o due bambini ad immaginare l’impegno quotidiano delle educatrici. Potrebbere essere interessante uno scambio di ruoli, così, per rendersi conto del perchè si è anche ventilata l’ipotesi di mettere le insegnanti della scuola dell’infanzia nelle categorie a rischio.

La scuola non può e non deve essere un ammortizzatore sociale ma un servizio ai bambini e i genitori non dovrebbero in alcun modo entrare nel merito delle necessità di programmazione del curricolo, mentre sarebbe opportuno (cosa che vedo accadere sempre meno) un confronto sulle scelte educative che devono essere, quelle sì, condivise. Quindi, se ai fini di una buona scuola necessitano due settimane a settembre questo non è argomento nel quale il genitore deve entrare, viceversa, se ritiene opportuno chieda all’amministrazione un centro estivo per settembre e per il luglio (come si fa per le elementari). Che questi siano gestiti internamente dall’amministrazione o esternamente (cooperative) può essere argomento di confronto.
I problemi legati all’apertura di settembre dell’anno scorso sono stati (anche per me) legati al mancato preavviso, avendo l’amministrazione riservato ai genitori lo stesso trattamento che aveva avuto con le sue educatrici circa la faccenda del luglio (cioè avvisare all’ultimo momento dei cambiamenti)

Dissento profondamente dalla tua critica alle non-denuncie delle insegnanti rispetto allo stato in cui versano le scuole. Io, come presidente di consiglio di scuola (quindi come genitore) per sanare una situazione vergognosa della scuola di mio figlio ho sporto denuncie ai vigili, alla ASL, ho fatto telefonate chilometriche ai responsabili dei vari settori quasi quotidianamente e, guarda un po’, solo quando la cosa è uscita su un giornale abbiamo avuto ascolto.
Lavoro in un comune fuori milano (con una giunta di sinistra, giusto per non far torto a nessuno) e per anni ho denunciato pericoli nel nostro giardino che sono stati puntualmente segnalati all’amministrazione ma che non hanno avuto molto seguito, se non quando si sono mossi i genitori.

Scusa, ma mettere in dubbio l’etica delle educatrici e deridere il loro lavoro parlando di come posizionano gli armadietti è davvero inutile.

Credo in ogni caso che una polemica in questi termini non giovi a nessuno, e fare la gara a chi sta messo peggio men che meno. Motivo per il quale mi sottrarrò ad altre discussioni, invitando però a non fare muro ma ad aprirsi ad un confronto sano.

ciao
marcella

Lettera della Diocesi di Milano agli studenti stranieri per invitarli a iscriversi all’IRC.

E’ con un sconcerto e profondo fastidio che pubblico questa lettera della curia milanese tradotta in sei lingue che consiglia ai ragazzi di seguire la lezione di fede cattolica per integrarsi meglio….

PER TE CHE VIENI DA UN PAESE STRANIERO

CIAO! Benvenuta, benvenuto in Italia e nella nostra scuola italiana,

Forse sei un po’ a disagio in Italia, non conosci le persone, la lingua o non capisci alcuni atteggiamenti o modi di vivere, ma vedrai che ti troverai bene. Noi italiani, si dice, siamo brava gente,come tutti abbiamo i nostri difetti.Ci piacerebbe che tu ti sentissi a casa. Ora questa è la tua casa. Per stare bene è bello conoscere le persone , la loro storia , la loro cultura , le tradizioni , la religione. L’Italia è un Paese che ha una storia che viene da lontano. Stando qui la imparerai anche tu, come quando noi andiamo al tuo Paese. La nostra storia è stata profondamente segnata, da quasi 2000 anni, dalla religione cristiana cattolica: ti basti pensare alle molte chiese che vedi dappertutto, a monumenti come il Duomo di Milano o S. Pietro a Roma, ai quadri di artisti famosi con scene della Bibbia, della vita di Gesù e di sua madre Maria, di Santi come Francesco d’Assisi o Giovanni Bosco o padre Pio; se leggi qualche giornale o accendi la TV senti spesso parlare o discutere di Papa, Vescovi, preti, di incontri religiosi per ragazzi o di quelli con capi di altre Religioni o di altre Chiese cristiane. Sì, perché anche in Italia non ci sono solo i cristiani cattolici, ma cristiani di altre confessioni: ortodossi, luterani, valdesi, evangelici. Ci sono anche persone che seguono altre religioni: ebrei, musulmani, buddisti, hindù, e così via, ognuno con la sua storia e i suoi testi sacri, le sue tradizioni e le sue feste. Nella scuola italiana c’è una disciplina, un sapere scolastico, chiamato “Insegnamento della religione cattolica” (o IRC): esso può aiutarti proprio a conoscere soprattutto questa religione, la Bibbia, il pensiero e la storia della Chiesa, ma anche altre religioni. Se tu ritieni giusto e utile parteciparvi lo puoi fare e sarai ben accolto. Non sei obbligato, tanto meno a diventare cristiano! Si tratta infatti di un corso che vuol arricchire le tue conoscenze e portarti a comprendere sempre meglio la tua religione personale e quella del Paese che ti accoglie. Questo corso può aiutarti anche ad affrontare tanti problemi tuoi e del mondo: il mistero della vita e la morte, guerra e pace, amicizia e amore, razzismo e tolleranza, persona e comunità, libertà e leggi.Sono certo che tante volte ti sarai chiesto: ” Da dove vengo io e gli altri? Perché sono nato? Come sarà il mio futuro? Come mai alcune persone cercano il dialogo e l’incontro e altre vogliono la divisione e la discordia? Perché ci sono delle persone buone e altre egoiste ? Che senso ha la mia vita? Che posto avrò nel modo? Che io ci sia o non ci sia, cambia il futuro dell’umanità? Quanto vale una persona? Quanto valgo io ? “. Queste sono domande che tutti si pongono, se trovi la risposta a queste domande la tua vita diventa una vita bella, buona e piena di serenità. Con l’Insegnante di Religione puoi discutere dei problemi che riguardano la tua crescita e scoprire che proprio tutta la cultura e quindi anche quella religiosa , è un valido aiuto per cercare le risposta alle necessità della vita quotidiana. Anche quando non hai voglia di studiare è bello sapere che tutti i professori e quindi anche quello di Religione sono lì per aiutarti. Di tutto ciò puoi parlare con i tuoi genitori, con i compagni di scuola, con qualche insegnante, in particolare con l’insegnante di religione della tua scuola.

Ti aspetto, con amicizia
L’insegnante di religione

Rane bollite cotte stracotte lessate

Rane bollite.


di Michele Corsi
Gente forse saggia, forse crudele, racconta questa storia. Se una rana viene gettata su una pentola d’acqua bollente reagisce prontamente balzando fuori con un gran salto al solo contatto delle sue zampe col calore. Ma: se mettiamo una rana in acqua tiepida e poi scaldiamo la pentola gradatamente, l’animale non si accorgerà del variare della temperatura e, senza reagire, finirà bollito. Ascoltando questa storia, e quel che accade nella scuola, e il clamore del mondo, mi sono domandato: siamo già rane bollite?

Il che equivale a chiedersi: il Male che impera e pervade sempre più le nostre vite ci ha abituato talmente alla sua presenza e invadenza da annichilire le nostre capacità di indignazione? Ci hanno già ucciso e non ce ne siamo accorti? Me lo domando pensando a fatti piccoli e grandi.

A Milano il sindaco Moratti nel giorno più gelato degli ultimi vent’anni ha deciso che tutti sarebbero dovuti andare a scuola, senza aver approntato minimamente i mezzi perché i piccoli cittadini potessero riuscire nella gloriosa impresa. L’ha fatto con la stessa logica dei grembiulini della Gelmini: serve a dimostrare che la destra è cosa seria e non quel baraccone grottesco e tragicomico che conosciamo sin dal Ventennnio. Non si salta la scuola, che diamine! A lavorare, fannulloni! Ai pochi bambini e ragazzi che hanno dato retta alla Moratti, dopo aver rischiato di finire azzoppati sulle lastre di ghiaccio, non è stato consegnato il pranzo o sono state servite scatolette di tonno semicongelato alle quattro del pomeriggio. Il giorno dopo il sindaco invece di dichiarare: scusate, sono una pirla, ha affermato che più dell’80% degli studenti erano in classe. Dunque è pure bugiarda. Mi sono stupito? No. La Moratti è della stessa razza di quelli che in altri tempi chiudevano infastiditi le finestre delle loro dimore principesche quando fuori rimbalzavano le grida di quelli che caricavano sui treni, figuriamoci cosa gliene frega dei bimbi e della neve. Mi sono domandato invece: perché Palazzo Marino non è stato assediato da migliaia di genitori inferociti? La maggioranza dei genitori dopotutto l’ha votata come sindaco. E forse tornerà a farlo. E così mi viene il dubbio: siamo già rane bollite?

A Gaza c’è un milione e mezzo di persone che sono prese a cannonate. Stanno distruggendo sistematicamente tutte le scuole, pure quelle con la bandiera ONU. Un terzo dei morti sono bambini. Il resto vive nel terrore perché da due settimane sta sentendo solo il rumore delle bombe. Tutti i mezzi di informazione stanno ripetendo incessantemente che la colpa è di Hamas e dei suoi razzi e con buonsenso grondante sangue ci dicono: come avremmo reagito noi italiani se ci avessero sparato dei razzi? E non c’è nessuno dei nostri ineffabili progressisti che risponda: sì, ma nessuno ci ha tenuto sotto assedio per due anni, nessuno ci ha cacciato dalla nostra patria, nessuno ci tiene in un lager a cielo aperto. Ci sono state diverse manifestazioni di solidarietà, ma la gran parte dei partecipanti erano arabi. Mi domando: dove sono quelle centinaia di migliaia di italiani che fino all’altro giorno generosamente scendevano in piazza ad ogni accenno di guerra dei potenti del mondo? Ma non si vergognano quelli che non fanno nulla per Gaza se non criticare gli ingenui che bruciano bandiere in piazza? E non mi riferisco solo a “quelli di sinistra”. Tettamanzi ogni tanto dice anche cose giuste, tenendo conto che ha per capo uno che si occupa degli umani solo se non sono ancora nati o sono già morti, ma pure lui s’è dichiarato “turbato” per la preghiera islamica in Piazza Duomo in occasione della manifestazione di solidarietà con Gaza. Al posto suo sarei “turbato” per il fatto che quella piazza non è piena dei suoi assopiti fedeli, intenti invece a far compere nei negozi lì intorno. Ci sono anche palestinesi cristiani, là sotto le bombe, lo sapete? Magari qualche dimostrazione pubblica di solidarietà da parte dei satolli correligionari locali farebbe loro piacere, chissà. Ma quelle di Gaza sono rane in trappola, non rane bollite.

Qualsiasi rappresentante della destra può vomitare in qualsiasi momento insulti e nefandezze e dalla cosiddetta opposizione, comunque, si leveranno penose richieste di “dialogo”. Mi sono domandato spesso come fosse potuto accadere che una masnada di violenti nemmeno troppo intelligenti ottant’anni fa fossero riusciti a mettere nell’angolo forze politiche esperte, colte, radicate. Ora comincio a comprendere come l’arroganza e la stupidità degli uni si alimentino quotidianamente della codardia e della miopia degli altri. In questi mesi di intense lotte del popolo della scuola il ministro ombra dell’istruzione del governo ombra del partito ombra PD, tal Garavaglia Mariapia, ha elargito due fondamentali dichiarazioni finite sui giornali: in una si lamentava che la destra non avesse voluto accordi sulla scuola con l’opposizione, perché fino a 6 miliardi di tagli su 8 ci si poteva mettere d’accordo. La seconda è stata rilasciata per protestare contro i tagli governativi alle scuole private. A tal proposito Mariapia è insorta pubblicamente e… ha vinto. L’unico passo indietro del governo è proprio sul finanziamento alle private, che non verrà ridotto. Grande vittoria del centrosinistra, si direbbe. Rane bollite.
In questi mesi in cui la Gelmini pontificava sul valore pedagogico dei voti in condotta, magari qualcuno di quei 200 e passa baroni universitari che insegnano all’università come fare scuola, senza mai averci messo piede, avrebbe potuto anche sprecarsi in qualche raccolta di firme, articoli, prese di posizione in difesa della scuola pubblica. Ma, ahimé, anche quelli che di tanto in tanto si qualificano “di sinistra”, se ne sono stati in prudente silenzio. Come stupirsi: la gran parte di loro ha lasciato che fossero i sottoposti precari a difendere nelle strade l’università pubblica dove essi stessi lavorano, dunque nulla di strano che non si espongano per difendere la scuola dei bambini. Speriamo che prima o poi qualcuno scriva che il miglior modello pedagogico che l’Italia abbia conosciuto, la scuola a tempo pieno, è stato inventato fuori dai corsi universitari, dalle maestre diplomate, da loro è stato sviluppato e arricchito, e da loro è stato eroicamente difeso con le unghie e coi denti. Chissà con che faccia tosta, razza di baroni bolliti, insegnerete alle nuove generazioni di insegnanti come si fa scuola ai bambini.
I grandi sindacati maggioritari sono molto indignati riguardo all’attuazione della Gelmini. Due di questi però, Cisl e Uil, hanno firmato, in un momento in cui erano meno indignati, il rinnovo contrattuale più basso della storia. 13 euro. Essi sperano così di allontanare il pericolo che il governo la faccia finita con leggi e istituti che assicurano un peso burocratico enorme alle confederazioni. 30.000 funzionari e distaccati. Eppure, se solo questo governo ha un minimo di istinto, non dovrebbe pensarci due volte a fare il passo che permetterebbe anche all’Italia di allinearsi alla realtà degli altri Paesi “avanzati”, dove i sindacati non contano nulla. Lega e PdL non hanno i legami organici con queste organizzazioni come un tempo la DC poteva vantare con la Cisl. Dunque: che gli frega? Accadrà non appena saranno certi che non pagheranno alcun prezzo. E non pagheranno alcun prezzo quando la gente si accorgerà che con sindacati del genere son più i soldi delle trattenute sindacali che gli aumenti contrattuali. Non manca molto, credo. Rane stracotte.

Del resto mi pare che nella Cgil regni una sorta di panico strategico. Si muovono come se non puntassero a vincere, almeno una partita su dieci. Lo sciopero del 12 dicembre cui abbiamo ovviamente partecipato era una di quelle iniziative per far vedere che “ci siamo”. Ora però possiamo dircelo: che piattaforma lo muoveva? Si combatte per quale obiettivo? Non vorrei che i grandi capi della Cgil avessero messo in conto una serie di parate per assicurare alla propria base che la Cgil è “contro”, ma senza una vera strategia per mettere la destra in difficoltà, e dunque senza dare troppo fastidio. Nei precedenti governi Berlusconi qualcosa era stato fatto: con le pensioni prima, con l’art.18 poi, vere campagne di massa che puntavano a portare risultati a casa. Oggi non si intravvede nessuna chiarezza di questo tipo. Come popolo della scuola abbiamo detto: fate della difesa della scuola pubblica un nuovo art.18, ma ci sono voluti due mesi prima di arrivare allo sciopero del 30 ottobre, quando dirigenti non dico rivoluzionari, ma semplicemente con un po’ di sale in zucca, avrebbero bloccato tutto sin dal primo giorno, per mandare un segnale chiaro. Hanno detto: e l’unità sindacale? poco prima che gli altri firmassero il contratto separato. Non è stato molto carino, poi, che vi siate fatti abbindolare dalla Gelmini a dicembre seminando confusione e illudendo la gente che un po’ di cose erano state ottenute. Mica vi paghiamo le tessere perchè vi facciate prendere per i fondelli. La destra fa il suo mestiere, che è mentire, voi dovreste fare il vostro, che è, come minimo, non addormentarsi durante le riunioni.

Della sinistra oggi extraparlamentare, per sua fortuna, non si occupa più nessuno. Ogni suo pezzetto grida che si deve stare nei movimenti, in mezzo al fiume, ma si vede lontano un miglio che l’unico interesse che molti di loro nutrono è tener fuori le altre rane dal proprio stagno sempre più piccolo e sempre più nascosto tra i rami. L’unico movimento vero in questi mesi è stato quello della scuola, e noi mica ne abbiamo visti tanti di questi pezzetti gracidare insieme a noi. Forse erano impegnati a organizzare scissioni per costruire l’unità. I sindacati di base ci mettono buona volontà, dopodiché non credo occorra essere dei geni per capire che per fare manifestazioni separate da quelle della cgil sarebbe meglio scegliere una fase in cui la cgil è corresponsabile di qualcosa, e non il momento il cui, con ogni evidenza, la vogliono far secca. Gracidii sprecati.

Cari partiti e sindacati e, come si diceva una volta, sinceri democratici. Non pensate che se il movimento della scuola sarà sconfitto, anche voi, e i vostri progetti, faranno una brutta fine? Noi ce la stiamo mettendo tutta. Siamo ripartiti ora, e in molte città si sta organizzando una campagna di preiscrizioni che dimostri in maniera chiara che i genitori vogliono la scuola del tempo pieno e del modulo, vogliono le compresenze e una scuola di qualità. Siamo una rana che è stata gettata sull’acqua bollente, e che è balzata fuori mentre stivali ferrati vogliono schiacciarci. Siamo molto contenti dei complimenti che ci fate, sì, siamo stati bravi, ora però vorremmo che muoveste rapidamente il culo e che ci deste una mano. Magari aiutando a estendere questa campagna anche nelle città dove il movimento non c’è. Così forse quel qualcuno con gli stivali scivola e si rompe qualcosa, o si tira addosso l’acqua bollente. Non che sia facile nemmeno per noi: inutile negare che ci sia un momento di stanchezza. Però meglio cercare di non farsi acchiappare e continuare a saltare di qua e di là, che starsene calmi e rassegnati dentro a un pentolone facendo finta di non sentire la temperatura che sale. Meglio una rana che salta, che cento bollite.