Liberi di scegliere
Pubblicato da Marcella De Carli
Mi piace assai questa citazione. Tantissimo. Mi piacerebbe che chi ritiene opportuno l’insegnamento della religione a scuola ne prendesse spunto. Alè.
«I bambini sono troppo piccoli per conoscere le proprie opinioni religiose. Esattamente come non si può votare fino a 18 anni, si dovrebbe essere liberi di scegliere la propria cosmologia e la propria etica senza l’impertinente presunzione da parte della società che si erediteranno quelle dei genitori. Dovremmo restare allibiti se ci raccontassero di un bambino leninista o di uno neoconservatore. I bambini non dovrebbero sentirsi descritti come “bambini cristiani” ma come “bambini di genitori cristiani”. Questo di per sé darebbe loro consapevolezza, rendendoli in grado di formare le proprie menti e scegliere se avere una religione e quale, anziché credere che religione significhi solo “stesse credenze dei genitori”»
(Richard Dawkins)
Un’ora sola ti vorrei
Pubblicato da Marcella De Carli
“lucciola lucciola vien da me… dai piccola che ce la fai a dormire, mettiti giù….no, non te la do la tetta, non è sera, hai appena mangiato la pappa, è la nanna del giorno…..lucciola lucciola vien da me… dai, non succhiarti il piede, non è buono…ahahah…dai, smettila di ridere, prova a dormire…”
Ehm, stiamo provando a smettere, ormai ha più di quattordici mesi, ma facciamo entrambe un po’ di fatica. Così, ovviamente, cedo e le offro il seno, lei si rilassa e chiude gli occhi, con la mano mi stringe ritmicamente il braccio come fanno i gattini mentre prendono il latte, provo ad allontanarmi ma lei mi cerca ancora, alla fine mi stacco, Francesca trova il suo dito e si addormenta.
Li amo i miei figli, di un amore che non si dice e non si racconta, che riconosco bene quando uno di loro non sta bene o è in difficoltà per qualcosa. Un amore doloroso.
Marte, Matteo Arturo (come il papà della mia mamma), con le sue domande difficili e le sue sensibilità, il mio cucciolo grande, impegnativo e affascinante, che ieri ha deciso che in piscina si sarebbe portato un pezzo di polistirene, di quello che abbiamo usato per l’isolamento del tetto, da utilizzare come materassino e che ha coinvolto anche suo fratello nel progetto. Ed eccoli i miei bambini, che normalmente devo forzare a camminare, avventurarsi da soli per il campo in salita portando sulla testa ciascuno il suo pannello.
Tian, Sebastiano (il più bel nome che conosciamo, tralasciando il fatto che con il cognome Tagliabue gli segnerà un destino da prelato), dolcissimo e fragile, ostinato nel bene e nel male, un omino che ti apre il suo mondo se non gli fai del male, che viene a chiedermi se lo aiuto a prendere il bob in cantina perché lui è l’unico rimasto senza mentre gli altri scivolano giù per il prato. E siamo in luglio.
Fresca, Francesca (come la mia mamma), bimba nuova, allegra e vivace, che si fa sentire per tutto il borgo quando vuole qualcosa, veloce sulle sue gambette storte mentre si lancia vestita nell’acqua alta della piscina, sorridente appena la ripesco.
E’ una vita ricca, piena, felice, quella che sto vivendo. E’ anche una vita faticosa, che abbisogna di tante energie, che vorrei avere infinite, ma che non sempre ho.
Sto affrontando momenti che definirei epici, quotidiani lavaggi di pavimento con Francesca che mi si infila tra i piedi, mentre Marte tenta di fare i compiti sommando alla sua normale difficoltà di concentrazione il disturbo di Tian che gli fa dispetti. Ognuno vuole le sue attenzioni e i suoi spazi.
E qui, sola, nel paese dei miei nonni, in un pezzo di quella che fu la casa di famiglia, diventa quasi tangibile per me l’assenza di mia madre, dell’unica donna che, da sempre, aiuta un’altra donna nell’avventura della propria maternità.
La mia mamma, poi, sarebbe stata bravissima a farmi ridere aiutandomi a vedere l’aspetto comico di tutte le situazioni. Ci sarebbe stata senza bisogno di chiedere. Con intelligenza, tatto e rispetto. E senza volere nulla in cambio.
E’ un’assenza che non si sostituisce, un vuoto che si riempie solo con i ricordi, una presenza che sopravvive nella capacità di amare che mi ha lasciato.
Sappiamo arrivare in alto da sole
Pubblicato da Marcella De Carli
Dormono? Speriamo. Ho allattato Francesca, letto “i coniglietti tontoloni” a Sebastiano e lasciato Marte con Tin Tin.
La serata è dolce, fa fresco dopo una giornata calda e io mi sento come una che sta facendo una gara a tappe. Ogni sera mi dico che ce l’ho fatta.
Penso alle tante cose che ho in testa da giorni, a quello che avrei voluto scrivere. Al lavoro che voglio portare avanti per i bambini tutti. Prima di partire ho tenuto un intervento a un seminario sui nidi d’infanzia del Comune di Milano, presente l’assessore Moioli; l’ho fatto anche se un po’ tirata perchè la situazione è davvero pesante e io ci credo così tanto nell’importanza di una buona offerta nei primi anni di vita…
Ho davanti a me l’immagine di Loredana sui trampoli al presidio alle colonne, con un cartello appeso sulla schiena con la frase che mi ha mandato Tiziana via sms “sappiamo arrivare in alto da sole”.
Ecco, continuo a pensare alla faccenda delle immagini delle donne in televisione (e di riflesso ovunque) e mi viene in mente, ancora, che il punto mi piacerebbe fosse focalizzato di più sui bambini, sul loro subire stereotipi di genere così tristi.
Mi dico che lo farò, che riuscirò a scrivere ancora e ad attivarmi.
Per ora, anche senza puntare troppo in alto, essendo sola con i miei tre bambini mi concentro sul quotidiano personale, chè già mi sembra incredibile arrivare a sera senza crollare davanti alla tv, appunto.
Se poi i figli la smettono di farmi prendere un colpo ogni due giorni, con pseudo-collassi e rovinosissime e pericolose cadute, tanto di guadagnato.
Alle sette alle colonne
Pubblicato da Marcella De Carli
Spero che ci siano tante persone tra poche ore alle colonne di san lorenzo in difesa della dignità delle donne.
Posso vantarmi di essere stata la prima iscritta al gruppo di facebook ‘Caro “utilizzatore finale”, torna questo utensile’ (segue immagine di una sega!!!), oltre ai tre organizzatori !!!! clap clap clap (applausi dei miei lettori)
Quindi io ci sarò, vi aspetto.
Dagli una sberla! Più forte!!!
Pubblicato da Marcella De Carli
Scuola dell’infanzia. Fine giugno, i giochi sono tutti lavati e impacchettati. I bambini non sanno più a cosa giocare, disegnano con i residui di pennarelli lamentando la mancanza di molti colori per loro importantissimi “non c’è più il nero!” “il rosso è scarico…”. In questa scuola non possono nemmeno uscire fuori perchè ci sono stati avvistamenti di serpenti e nonostante l’impegno del Comune a sanare la situazione le insegnanti non si fidano. Non tutte almeno.
Così mi si chiede di tenerli tutti buoni davanti alla televisione mentre si finisce il riordino delle cosiddette “parti comuni”, cioè il salone, il dormitorio (stendo un velo pietoso sul termine e sul concetto), aula di psicomotricità etc etc. Mi rifiuto categoricamente di mettere i bambini di fronte al video anche a scuola e alla fine la spunto, portando in giardino le due classi delle maestre coraggiose che osano barattare il remoto rischio di incontrare un serpente con un intero anno scolastico passato al chiuso.
Ma poi fa caldo, davvero caldo, e ci sono zanzare, tantissime. Così finisce che la maggior parte del tempo la si passa in salone, dove i bambini corrono, si scontrano e si arrampicano su giochi di plastica; non esistono angoli attrezzati per giochi “tranquilli”.
In salone succede di tutto, dalle feste (tre in cinque giorni!) di compleanno delle insegnanti con torte esibite e non offerte ai bambini a scene come questa: due maestre chiacchierano tra loro quando un bambino grandicello si avvicina frignando (non piange, si lamenta), una delle due lo prende per mano stizzita e gli chiede di mostrargli il colpevole. Eccolo, avrà quattro anni. Con un colpo di genio educativo la collega mette i due bambini uno di fronte all’altro e dice all’offeso “dagli una sberla!”. Lui la guarda allibito ma lei glielo urla di nuovo “dagli una sberla!!!”. Il bambino offeso guarda il colpevole con gli occhi bassi e gli appoggia la mano sulla guancia. La maestra grida “più forte!”. E così parte lo schiaffone.