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La storia di Jasmina

Mi scrive Rossella Kholer “ecco un’altra storia, sempre dal nostro libro Sopra il tavolo di cucina-donne che intrecciano storie.
Jasmina è la mamma di un compagno di scuola materna di mio figlio Francesco, ora quindicenne.”

Mi chiamo Jasmina. Sono bosniaca.
Vivevo a Kozarac, una cittadina della municipalità di Prijedor; questa città si trova nella parte serba della Federazione di Bosnia Erzegovina.  Proprio per questo è stata teatro di una delle più terribili vicende di pulizia etnica di tutti i Balcani.

Dopo cinque anni di tentativi, nel 1991 ho avuto il mio primo bambino. Mio marito l’ha voluto chiamare Jasmin, come il mio fratello gemello: loro due, infatti, non erano solo cognati, ma anche grandi amici. Alla luce di tutto quanto è successo in seguito, mi chiedo se questa sua volontà non fosse un segno del cielo…
Jasmin (ma noi lo chiamiamo abitualmente Jasko) nacque in ospedale a Prijedor, quando c’era la guerra in Croazia. La situazione era già molto tesa e i serbi cominciavano a non vedere di buon occhio noi bosniaci. Credo che sia per questo che al momento del parto i medici non mi fecero l’abituale profilassi perché avevo RH negativo.
Comunque tutto andò bene e questa volta, dopo soli 3 mesi, rimasi incinta di un altro bambino.

Quando Jasko aveva 8 mesi scoppiò la guerra civile in Bosnia e iniziarono dei terribili bombardamenti. Riscordo benissimo il momento in cui cominciarono. Avevamo appena cenato e saltò la luce. Subito iniziò a suonare la sirena  e cominciarono  cadere le bombe. Mi hanno detto che su Kozarac sono cadute in quel periodo circa 25 000 granate (per parlare solo di queste), delle armi esplosive micidiali che, una volta a terra, facevano partire tutt’intorno decine e decine di lame le quali, velocissime,  tagliavano tutto quello che incontravano. La nostra famiglia scappò in cantina, ma molti fuggirono nei boschi: tutti questi furono uccisi.
Noi non tornammo più nelle nostre case.
Avevo portato con me soltanto una coperta per il bambino, ma nient’altro: non potevo immaginare che non avrei più potuto mettere piede in casa e prendere le mie cose…

Restammo due giorni in cantina. Quindi ci ordinarono con i megafoni di uscire: tutti quelli che non uscivano sarebbero stati uccisi. Così è stato. Anche mio padre, che non poteva credere  a quello che stava succedendo, è stato ucciso sulla porta di casa.
Cominciammo a correre, a scappare, non ci si poteva fermare, nemmeno si poteva aiutare chi cadeva.
Vennero divisi gli uomini dalle donne e i bambini. Mio fratello Jasmin fu mandato nel campo di concentramento di Omarska, il più terribile, un vero campo di sterminio.
Lo hanno identificato nel 2007, quando, attraverso le analisi del DNA, hanno ricostruito le ossa dei morti nelle fosse comuni.
Anche mio marito, che aveva 28 anni, è stato ucciso in campo di concentramento: anche per lui la certezza l’ho avuta solo di recente e sono stata dichiarata ufficialmente vedova.
Un altro mio fratello, Iliaz, è stato invece fortunato perché aveva un trattore e i serbi lo risparmiarono, facendogli fare da autista.

Io invece fui mandata nel campo di Trnopolje, non lontano da Kozarac: era un campo di concentramento soprattutto per donne, bambini e anziani. Ci fecero camminare per 12 chilometri, senza mangiare, né bere. Arrivammo in quella che era un tempo una scuola media.
Ci rimasi dal 24 maggio al 16 giugno del ’92. Questo campo era forse meno terribile degli altri campi, anche se ci davano pochissimo cibo. Vidi comunque cose che non posso dimenticare: torture, assassinii, violenze sessuali a bambine…
Il 16 giugno ci fecero salire su un treno con altre donne e bambini. Era un carro bestiame, con solo una finestrella in alto, in un vagone ci stavano circa cento persone, non c’era posto neanche per sedersi. Il treno viaggiava, viaggiava, senza fermarsi mai, neanche per farci fare pipì. E io ero incinta di sei mesi…
Dopo 12 ore vennero aperte le porte scorrevoli e ci fecero scendere in un campo per fare i nostri bisogni. Mentre li facevamo i soldati ci prendevano in giro.
Di nuovo salimmo in treno ed arrivammo a Doboi, al confine con la Croazia. Ci fecero scendere e ci dissero di andare, correre, altrimenti ci avrebbero sparato.
Abbiamo camminato e camminato, attraverso boschi, lungo fiumi, sempre con la paura che ci seguissero e ci uccidessero…

A Doboj ci ospitarono: la popolazione era musulmana e ci aiutò volentieri. Ci rifocillarono, ci fecero fare la doccia e ci diedero dei vestiti. Anche loro erano in situazioni drammatiche, ma si comportarono molto gentilmente e con solidarietà. Dopo qualche tempo fummo trasferiti con camion, trattori e pullman al confine tra Bosnia e Croazia, dove c’è una città divisa in due dal fiume Sava e dal confine tra i due Stati: la città bosbniaca si chiama Bosanski Brod e quella croata Slavonski Brod.
All’inizio non ci lasciavano entrare in Croazia e noi pensammo anche di attraversare il fiume nuotando.
Per fortuna, a un certo punto ci fecero entrare. Jasko stava male e lo portai in ospedale, dove lo curarono mettendogli le flebo. Il giorno successivo Jasko stava meglio. Con un pullman ci portarono nel  campo profughi di Gasinci Non era un campo di concentramento, ma era comunque circondato da filo spinato e  per uscire dovevamo chiedere il permesso ai soldati; comunque bisognava fare 17 km a piedi per raggiungere la città.
Vivevamo in grandi tende, dormendo sulle brande. In tutto il campo c’era un solo edificio con docce e due gabinetti, e doveva servire  per mille persone. Per fare la doccia bisognava fare una coda di un’ora. La situazione igienica era davvero problematica ed eravamo pieni di pidocchi.
In questo campo sono stata dal giugno ’92 all’aprile ’94.

Per vestirci ricevevamo gli abiti dalla Caritas: oggi, ogni volta che vado a depositare un sacchetto nel raccoglitore dell’Humana, non posso fare a meno di pensare che i miei vestiti forse raggiungeranno persone con situazioni simili.
Mangiavamo poco e malissimo: pane e scatolette. Sognavamo la frutta. All’esterno del campo c’erano alcuni alberi di prugne e i soldati a volte davano il permesso di andarle a raccogliere, ma soltanto a noi donne incinte. Ogni tanto qualcuno riusciva a procurarsi un po’ di burro e fare con quello e della farina delle focaccette che spandevano intorno un odore buonissimo.
Per lavare prendevamo dalla spazzatura le scatole grandi dei cetrioli e facevamo bollire l’acqua con un po’ di sapone, soprattutto per disinfettare i ciripà.
Tutte le mie energie erano indirizzate a conservare il massimo dell’igiene possibile, perché in quella situazioe promiscua era facilissimo prendersi malattie, infezioni, parassiti. Per esempio, tenevo come una reliquia il vasino di Jasko, che mi ero procurata con grandi sacrifici: infatti così almeno da quel punto di vista ero tranquilla. Un giorno ci sono rimasta malissimo quando ho scoperto che l’aveva usato una signora…
In maggiore difficoltà erano le donne più ricche, perché non sapevano né adattarsi, né arrangiarsi. Una volta una professoressa appena arrivata chiese: “Ma i miei vestiti chi li lava?”, non rendendosi conto dell’assurdità della sua domanda. In seguito, cercava sempre di mettere i suoi abiti da lavare in mezzo ai nostri, quando sapeva che  avremmo fatto il bucato.

Avvicinandosi la data del parto, ho dovuto andare per tempo dai soldati per farmi accompagnare perché l’ospedale era lontano.
Il 2 ottobre è nato Mirza. Io ero terrorizzata perché ero anemica e non avevo fatto alcun controllo: non sapevo se il bambino aveva potuto crescere sano nella mia pancia.  Poi c’era sempre la questione del sangue AB negativo, ma per fortuna tutto è andato bene: il bambino ha ereditato il mio gruppo sanguigno, quindi compatibile con me.
Nato il bambino, sono stata tranquilla per tre giorni. Ma poi, nella baracca, gli altri abitanti hanno cominciato a sollecitarmi: “Oggi è il tuo turno per fare la legna!” Infatti, a turno dovevamo andare a prendere la legna dai camion, lottando per ottenerla,  spaccarla e poi segarla a mano. E il fatto che avessi avuto da poco un bambino non mi esentava dal lavoro. Quando si è in situazioni drammatiche, non c’è molta solidarietà, ognuno pensa a sé e alla propria famiglia: anche per il cibo, oppure per pulire la baracca.
Molti poi mi dicevano: “Guarda questa, c’è la guerra e si mette a fare un figlio!” Ma io ero rimasta incinta prima che scoppiasse! Certo non lo avrei deciso, se avessi saputo in che situazione mi sarei trovata.

Anche se la nascita del mio secondo bambino  è avvenuta in condizioni estreme, vorrei raccontare qualcosa  sulle nostre tradizioni relative al matrimonio e al parto, che sono molto belle e che ricordo sempre.
La madre di ogni ragazza comincia prepararle il corredo molto presto, cucendolo o acquistandolo.
Il matrimonio avviene in Municipio. La festa continua a casa, dove si mangia e si balla, con la musica dal vivo. Tutti sono invitati alla festa di matrimonio. Semplicemente, si sa che in quella casa si festeggia: chi vuole va e partecipa. Le porte della casa sono aperte per tre giorni e tre notti. Ai parenti e agli amici più vicini è la sposa a fare un piccolo regalo che viene ricambiato in denaro od oggetti per la casa.
Dopo il parto, la puerpera non esce di casa per quaranta giorni. Si riposa, non ha rapporti sessuali, nemmeno cucina, perché è accudita dai parenti e tutti portano qualcosa da mangiare. La casa è sempre aperta e chi vuole va a visitare la mamma e il suo bambino.
Questo è bello, perché ti fa sentire amata e coccolata, ma è anche stancante perché c’è sempre qualcuno che entra ed esce e, anche se sei stremata e hai sonno, devi sempre dar retta a chi viene a farti visita.
La caratteristica delle case sempre aperte è proprio tipica delle nostre parti. Questo avviene naturalmente in occasioni speciali, come un matrimonio, una nascita o un lutto, ma avviene anche tutti i giorni, tra vicini. Io, per esempio, a colazione oppure al pomeriggio, dopo aver fatto le faccende di casa, mi trovavo con le amiche, a chiacchierare, bere caffè, e ancora chiacchierare.

Mentre ero nel campo fui adottata. Nel senso che, attraverso un circolo ARCI di Firenze, ci fu un progetto per adottare a distanza famiglie intere residenti nel campo profughi. Così, la direttrice del museo etrusco di Firenze, una donna meravigliosa, cominciò a comunicare con noi e ad inviarci del denaro. Questo bellissimo rapporto si è mantenuto nel tempo, la signora ha continuato a sostenerci anche quando siamo arrivati in Italia; ci siamo conosciute e ancora oggi siamo in contatto.
Comunque, in tutto quel periodo il mio continuo tentativo era di riuscire ad andarmene dal campo. Speravo di andare in Austria dove si era già rifugiato mio fratello, ma in Bosnia le donne perdono il proprio cognome da nubile e acquisiscono soltanto e definitivamente quello del marito. Io perciò non risultavo parente di mio fratello, perché avevo un altro cognome e non è stato possibile il ricongiungimento.

Quando c’è stata la possibilità di andare in Italia ho detto “va bene, qualsiasi cosa sarà megli che qui.”
E così sono partita. Avrei dovuto sistemarmi in una famiglia della zona di Torino, ma le famiglie Stasi e Savio, di Invorio, che vivevano in un’unica grande casa, si erano dichiarate disponibili e sono capitata da loro.
Quando sono venuti a prendermi si aspettavano una donna con due bambine, perché i nomi, Mirza e Jasmin, li avevano ingannati. Poi, sapendo che sono musulmana, non credevano certo di vedere una donna bionda con due bambini dai capelli chiarissimi, quasi bianchi.
Io allora non comprendevo una parola di italiano, ma ho capito subito che mi trovavo in una bella situazione, dove i miei bambini avrebbero trovato l’affetto di zii, cugini e anche nonni. Mirza e Jasko hanno cominciato ad andare all’asilo e io nel primo periodo ho studiato come una pazza l’italiano, aiutata da tutti: per esempio, su ogni oggetto della casa avevano appiccicato bigliettini con il nome in italiano e in bosniaco.
Ora io lavoro e viviamo in una nostra casa. I ragazzi sono grandi. Jasko frequenta l’Itis e Mirza la scuola professionale per elettricisti: avrebbe voluto fare il liceo artistico, ma io preferisco che abbia un lavoro sicuro in mano.
Non parlano bosniaco e si sentono italiani. Sanno che siamo musulmani, ma non li ho educati nella nostra fede. Credo infatti che l’importante sia essere onesti e solidali, rispettare gli altri e vivere in pace: questo ho cercato di insegnare loro.
Certo, ogni tanto io racconto di quello che è successo, perché voglio che sappiano e che non si dimentichino, però loro sono cresciuti qui e vivono come tutti i loro coetanei, vogliono le stesse cose, hanno le stesse ambizioni.  Ogni anno torno in Bosnia da mia suocera, ma ogni volta per loro è più difficile, là si sentono estranei.
Anche se hanno caratteri diversissimi, forse tutti e due si sentono un po’ defraudati dalla vita, da quello che avrebbero potuto avere vivendo in una famiglia normale, con un padre che lavora e condizioni di vita tranquille.
Ma tutto questo è successo, e non si può tornare indietro.

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