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Archivio per December, 2008

Domande alla ministra sul tempo scuola e la religione

cara ministra, la prego mi risponda: se per caso l’anno prossimo volessi iscrivere mio figlio in prima , mettiamo, col modello delle 27 ore, considerato che 24 (ma poi nn sono 22?) le fa la maestra prevalente e le altre sono suddivise tra inglese (1 ora), che è materia curricolare, e religione (2 ore) che è invece facoltativa, avendo scelto di nn iscrivere il mio bambino a religione….che cosa mi dice? come facciamo a fare tornare i conti?????? Lei così, senza la compresenza, mi offre solo un modello a 24 ore, uno a 25 (nn 27), uno a 28 (non 30) e, mi scusi, non ho mica capito se il cosiddetto tempo pieno avrà ancora le 4 ore di compresenza delle due insegnanti…no, vero? Una delle due “prevarrà”sull’altra, giusto? e non è che anche qui nel conteggio delle ore mi mette la religione, vero? Sa, perchè io proprio non vorrei che il mio bambino fosse discriminato con un’offerta anche in tempo scuola forzatamente inferiore agli altri bambini….

Non è cambiato nulla!

Chi da tempo si è arrischiato a leggersi il decreto, il piano programmatico e la legge lo sa, a rischio è stata sempre la compresenza e il concetto democratico di co-docenza.

E così oggi veniamo a sapere che avremo una scuola in cui un solo insegnante sarà comunque responabile del progetto educativo, anche nell’ambito del cosiddetto “tempo pieno”, perchè avremo la maestra “prevalente” e una serie di altre figure che entreranno in gioco finito l’orario di questa: la seconda insegnante nel caso delle 40 ore (se la prima è definita prevalente l’altra come la chiameremo?), nel caso delle 30 ore ci sarà un jolly che coprirà varie classi (che avrà diritto all’insegnamento o farà fare i compiti?), nel caso delle 27 ore ci penseranno inglese e religione (e gli esonerati?) e nel caso delle 24 ore ci sarà solo LEI (che in questo caso garantirà almeno la compresenza con inglese, ci rimane sempre il problema di chi non fa religione).

Allora mettiamole i bastoni fra le ruote e iniziamo ad esonerare il maggior numero possibile di bambini da religione. E poi da gennaio si fa partire una bella class-action (sempre che ci facciano la legge…)

La verità del ministro: «La sinistra mistifica e dice le solite bugie»
RAFFAELLO MASCI
ROMA
La Gelmini ha incassato il colpo dell’Onda e ora deve fare marcia indietro. Così dicono di lei, signora ministro. Cosa replica?
«Siamo di fronte ad una ingegneria della mistificazione. Voglio essere chiara subito: il maestro unico resta. Chiaro? Anzi: resta “solo” il maestro unico. Il modulo dei due maestri su tre classi è morto e sepolto per sempre».

E chi è invece che mistifica?
«La sinistra. E’ veramente pazzesco: mi hanno fatto una guerra su questo, l’hanno persa e ora si inventano che io, pressata dai loro scioperi e dalle loro proteste, sono tornata sui miei passi con la coda tra le gambe. Ma scherziamo?».

Ministro, ma qualche cosa è cambiato o no? Adesso si parla di maestro unico come «opzione». Non è stato sempre così.
«Vede? Siete caduti anche voi nella rete della disinformazione. E’ stato sempre così, invece. Tale e quale da sei mesi, da quando queste cose le ho scritte nel piano programmatico. Andatelo a rileggere». Allora facciamo come ai quiz televisivi: una domanda per volta. Le famiglie e le scuole possono o no fare delle opzioni sul maestro unico? «No. Il maestro è sempre unico».

Allora su cosa possono farle?
«Sull’orario scolastico».

Si spieghi, prego.
«Un docente ha un orario di lavoro di 22 ore. Se si sceglie di adottare l’orario di 24 ore settimanali, quella classe avrà un maestro unico, più due ore fatte da quelli di materie specialistiche, come religione o inglese, per esempio. Idem se si opta per le 27 ore».

«Se poi però si sale alle 30 ore o addirittura al tempo pieno di 40 ore, è detto esplicitamente che i maestri sono due.
«Già, ma sono due nel senso che uno fa un certo numero di ore e quando ha finito arriva l’altro. Non c’è compresenza, non c’è modulo. Prima lavora uno poi lavora l’altro».

Senta, ministro, ma perché potendo scegliere una scuola a tempio pieno, o con un orario più generoso, una famiglia dovrebbe decidere di tenersi il «modello base» da 24 ore?
«Queste sono scelte educative che ogni famiglia fa autonomamente. La scuola deve solo offrire la possibilità di aderire a più modelli». Ma se in una classe si alternano due docenti, il maestro unico salta? «Uno sarà il maestro prevalente. Ma il “modulo” come è stato concepito fino ad oggi non c’è più».

Non c’era stato un parere della commissione Istruzione della Camera perché alle famiglie venisse data la possibilità di scegliere tra maestro unico e modulo?
«No. Mai. La commissione aveva suggerito di fornire alle famiglie la possibilità di poter optare tra diverse formule di orario, e questo suggerimento noi l’abbiamo recepito. Ma che c’entra tutto questo con il passo indietro sul maestro unico?».

E’ una mistificazione anche il fatto che ha stoppato la riforma delle superiori di un altro anno?
«Non ho fermato nessuna riforma. Tant’è che procederò nelle prossime settimane a varare i provvedimenti relativi anche a questo segmento dell’istruzione».

E che cosa ha fatto, allora, dato che ne ha rimandato l’attuazione al 2010?
«Ho deciso di dedicare più tempo ad una campagna di informazione presso le scuole e le famiglie, sul carattere e sulle novità di questa riforma varata dai miei due diretti predecessori, Moratti e Fioroni. Una campagna in questo senso partirà all’inizio dell’anno nuovo. Poi ci sono ancora alcuni pareri da acquisire, alcune decisioni da tradurre in provvedimenti normativi. Una cosa è fare le cose nei tempi giusti, altro è dare uno stop. Giusto?».

Una lezione da Mario Lodi

LA CLASSE DEL MAESTRO

Il grande scrittore ed educatore parla del suo metodo per far crescere i bambini delle elementari e farli diventare cittadini consapevoli e maturi.
Ecco la sua lezione di vita.
di Elisa Chiari
Da FAMIGLIA CRISTIANA n° 47 23 novembre 2008

Mario Lodi è ancora il Maestro, con le maiuscole. A Drizzona, quattro case e un fazzoletto di campo da Piadena, in piena bruma bassopadana, sanno tutti dove abita. Perché così si usava quando varcò per la prima volta col diploma in tasca la soglia di un’aula, ai tempi in cui il maestro insieme con il parroco, il medico e il sindaco era l’autorità del paese. Eppure Mario Lodi non ha nostalgia della scuola autoritaria di quei tempi. Anzi, è sceso dalla cattedra il primo giorno accontentandosi di una sedia (per mettersi all’altezza dei bambini) e da allora si batte per una riforma da dentro, senza troppi riguardi per le teorie dei ministri d’ogni colore che si susseguono e fanno e disfanno senza sosta. Sperimentò la sua idea di scuola quando ci entrò nel secondo dopoguerra e la risperimenta oggi, a 86 anni, facendo da “chioccia” a un gruppo di maestri giovani sparsi per l’Italia.
A guidarli l’esperienza e le leggi che ci sono già, prima di tutto la Costituzione: “Non per leggerla, ma per viverla, in aula, a sei anni, perché la scuola non può accontentarsi di leggere e scrivere, deve crescere cittadini responsabili”.
Da settant’anni osserva bambini nel tempo e vede più continuità che differenze: “Il mondo è diverso da allora, ma non sono convinto, da quel che vedo frequentandoli, che i bambini di sei anni abbiano esigenze troppo diverse da quelle di sempre. Semmai abbiamo un problema in più da fronteggiare, fatto di Tv e computer che scollano sempre più i bambini dalla vita reale per proiettarli in un eterno virtuale, insinuando in loro la convinzione che l’avere conti più dell’essere e del sapere”.
Rende l’idea con un aneddoto: “Sono stato in una classe poco tempo fa, ho chiesto ai bambini cosa sognassero di fare, uno mi ha risposto ‘il miliardario’, ovviamente in euro, ‘così mi compro due belle ragazze e due macchine’. Gli altri ne hanno fatto subito un leader. Nel ‘mi compro’ c’è un’idea di mondo. Se vogliamo una speranza come scuola dobbiamo inventarci un sistema per fermare questo mercato. Non so se l’idea che ho saprà farlo. Sperimentiamo, poi magari alla fine scopriremo che non vale, ma almeno proviamo”.

L’aula come uno Stato

Quel che Mario Lodi sta provando è un’evoluzione adattata all’oggi del suo metodo di insegnamento. La documentazione del progetto è un diario di fogli scritti al computer, registra quel che i maestri con cui è in contatto fanno in classe giorno per giorno, seguendo la sua idea di scuola democratica.
Che vuol dire esattamente?
“I bambini arrivano in classe con un sapere: esplorando il mondo hanno imparato a osservare, a parlare e sviluppato spontaneamente un’enorme mole di conoscenze. Da lì bisogna partire, cominciando a non ignorare le cose che sanno e replicando il metodo con cui le hanno apprese. Un bambino che nasce ha nel pianto il primo strumento per esercitare la libertà di espressione, sa usarlo anche se non sa che esiste l’articolo 21″.
Il problema è che, per usare le parole di Lodi, a scuola l’io deve diventare noi:
“All’inizio, parlando in classe, i bambini fanno confusione, si scavalcano, parlano tutti insieme. Far sperimentare un momento di caos è un modo per far intendere loro l’esigenza di rispettare i tempi e le parole altrui. I primi minuti di discussione ordinata sono il primo successo. Poi viene la cooperazione: immagino una scuola dove si discutono le esigenze e di conseguenza le regole. Tra le prime cose che chiedevo ai miei bambini e che i maestri oggi chiedono ai loro è di darsi da fare assieme per rendere la loro aula più accogliente: la si fa bella con i contributi di tutti, perché così diventa casa e la si rispetta. E’ il nostro antidoto contro il vandalismo”.
Il principio funziona anche con le regole:
“Quando l’io diventa noi, i cittadini dell’aula hanno bisogno di darsi delle norme condivise, perché senza regnano caos e prevaricazione: discutere insieme le regole, darsele democraticamente, significa accettarle. Lo stesso vale per la valutazione: ci si autovaluta, con un linguaggio che i bambini sappiano capire, nel rispetto dei tempi di tutti. Non credo ai voti alle elementari: un bambino di quell’età non può essere sintetizzato a numeri. So per esperienza che far leva sui progressi, sulla soddisfazione, nell’apprendimento paga più della sottolineatura degli errori”.

I bambini prima di tutto

“Quando si ragiona di cambiare la scuola”, continua Lodi “lo si fa sempre partendo da un’idea astratta e quando si insegna si tende a farlo dall’alto. Invece io credo che si impari meglio se un maestro parte dal basso, dal punto di vista del bambino, creando continuità con il suo apprendere prima della scuola. Perchè funzioni serve una costante comunicazione con le famiglie, ma è meno difficile di come sembra: se quel che si fa a scuola si traduce ogni 15 giorni in un giornalino le informazioni passano”.
Nella scuola di Mario Lodi il bambino sta al centro:
“E invece spesso le esigenze degli alunni sono l’ultimo pensiero”.
E’ un’idea di scuola, ma di più una realtà, perchè Mario Lodi l’ha messa in pratica per una vita. Dentro c’è un concetto di classe come “fare insieme”  che don Lorenzo Milani applicò a Barbiana.
E infatti le classi di Lodi e Milani si scambiarono lettere per un po’:
“Avevo scoperto un po’ per caso che, a distanza, stavamo sperimentando cose simili e sono andato a Barbiana a conoscerlo. Lì è nata la corrispondenza”.
Quando gli chiediamo che ne pensa del maestro unico di cui tanto si discute Lodi risponde che:
“Non è fondamentale che siano uno o tanti, dipende tutto da come sono. Anche il tempo pieno l’abbiamo inventato noi, a Barbiana e a Vho di Piadena, ma non è un valore in sé, conta quel che ci metti dentro: se è un parcheggio non serve a niente”.
Vengono in mente le parole di don Milani:
“Gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi per loro i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per far scuola, ma solo di come bisogna essere per fare scuola”.
Nessuno, né don Milani che non c’è più da tanto tempo, né Mario Lodi che a 86 anni ancora insegna delle cose, si è mai illuso che fosse facile tradurre in realtà gli ideali.
Ma non sembra una buona ragione per non provare.

La conquista dell’indipendenza

Perché il bambino possa sperimentare l’indipendenza è necessario che gli venga dato a disposizione tutto ciò di cui ha bisogno a seconda della sua età, che possa esercitare la libera scelta e che l’intervento dell’adulto sia il minimo indispensabile richiesto, poiché “ogni aiuto inutile è un arresto allo sviluppo”. Spesso l’adulto tende a sostituirsi al bambino, laddove questi sarebbe in grado di fare da solo secondo i suoi tempi, e a non dare così fiducia. E’ necessario sospendere il giudizio, non dare voti nè mettere i bambini a confronto verbale tra di loro e quindi dare fiducia all’azione del bambino, la stessa che poi daremo al suo pensiero, ricordando che solo attraverso il lavoro avviene quella che Montessori definisce la “normalizzazione” e che il lavoro del bambino non è uguale a quello dell’adulto.

“L’uomo si costruisce lavorando, effettuando lavori manuali in cui la mano è lo strumento della personalità, l’organo dell’intelligenza e della volontà individuale, che edifica la propria esistenza di fronte all’ambiente. L’istinto dei bambini conferma che il lavoro è una tendenza intrinseca della natura umana, l’istinto caratteristico della specie”
(Maria Montessori - L’istinto del lavoro- da “Il segreto dell’infanzia”, pag 262)

“Quando un bambino lavora, non lo fa per raggiungere un scopo esteriore. Il suo obbiettivo è lavorare, e quando, nella ripetizione di un esercizio, egli pone termine alla propria attività, cotesta fine è indipendente dagli atti esterni. Quanto alla reazione individuale, la cessazione del lavoro non è in rapporto alla stanchezza, perché anzi una caratteristica del bambino è quella di uscire dal proprio lavoro completamente rinforzato e pieno di energia.”
(Maria Montessori - Le caratteristiche delle due specie di lavoro – da Il segreto dell’infanzia” pag.275/276)

Insegnare senza reprimere

“Quando dico: - Nelle nostre scuole non si insegna, è l’ambiente che fa tutto-, dico anche bisogna intendersi su questa parola ’insegnare’. Non è vero che questa maestra non insegni mai e che lo sviluppo del bambino nell’ambiente avvenga come una reazione chimica tra due elementi: messo nel nostro ambiente, si educa automaticamente.
No, non è così. L’adulto insegna, anzi molto. (…). Insegna più che negli altri metodi, perché insegna tutto, mentre di solito si insegnano poche cose.
Solo che non insegna nel senso comunemente inteso di far apprendere al bambino qualcosa. Per raggiungere tale scopo la maestra (di tali scuole) ha un’arte per cui può trasmettere la conoscenza richiamando l’attenzione del bambino oppure userà le lusinghe del premio e le minacce del castigo. Il bambino deve prendere la cosa – una poesia, un lavoro da eseguire – come il maestro gliela dà e solo allora questi è soddisfatto.
Questo insegnamento che si pone a forza nel bambino, nella nostra scuola non c’è. In questo senso non insegnamo, ma indichiamo, presentiamo, dando sempre al bambino la possibilità di vedere da sé l’esito della sua azione: come si trasporta una sedia (senza fare rumore); come si versa l’acqua in un bicchiere (senza spanderla intorno); come si spazza (senza lasciare sporco in giro). Il piacere di fare bene è unito al bisogno di esattezza e questo al controllo dell’errore che il bambino stesso può compiere…
(Maria Montessori, dalla X conferenza ak XV corso internazionale, Roma 1930)

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